Spesso, nella vita, si arriva a un punto di non ritorno. Non sempre, però, cogliamo la drammaticità di questi momenti. Li viviamo con noncuranza, senza sentire tutte le porte che si chiudono alle nostre spalle, senza accorgerci che all’improvviso il passato è andato alla deriva e siamo in mare aperto, in balia dei flutti, alla ricerca di una nuova rotta attraverso acque sconosciute. La prima volta che mi è successo dovevo avere all’incirca sei anni. Vivevo con la mamma e il papà, mio fratello e la tata in una vecchia fattoria rosa con il fossato, circondata dai campi di grano dellíEssex. I contadini avevano finito il raccolto e quella mattina stavano bruciando le stoppie. Lo sapevamo perché mia madre, dopo avere accompagnato papà alla stazione, si era precipitata in casa annunciando: “Tata, signora Smithers! Stanno bruciando le stoppie!”
Restai seduto sul pavimento dell’ingresso mentre le due donne della mia vita correvano per la casa sbattendo porte, chiudendo finestre, tirando tende. Sulle scricchiolanti assi del piano di sopra risuonavano i passi risoluti di mia madre, che noi figli identificavamo da un chilometro di distanza, e della signora Smithers, la nostra adorata donna delle pulizie, che sembravano quelli di un gentile elefante costretto nelle vecchie scarpe scollate di mamma. Coglievo frammenti di conversazione, uno scoppio di risa qua e là. E poi silenzio. Quando bruciavano le stoppie, i raggi del sole filtravano attraverso le tende immergendo la casa in una luce da acquario, e poiché mia madre era una fanatica delle pulizie, le tende restavano chiuse per giorni, finché líultimo granello di cenere nera non era caduto dal cielo. Adoravo quell’atmosfera. L’oscurità mi faceva sentire più audace.
Era uno dei momenti più attesi dell’estate, e noi bambini eravamo stati là fuori dallíinizio alla fine. Affidati ai benevoli e protettivi contadini locali, avevamo cercato ricci e topi per salvarli dalle fiamme ed eravamo rientrati solo quando il crepuscolo era calato sui neri tizzoni ardenti e i campi attorno alla casa sembravano giganteschi tappeti maculati.
Nel frattempo, quella mattina, nella casa sprangata, ci adattammo a quel piacevole stato d’assedio. Eravamo tutti seduti in cucina, ad ascoltare la mamma e la signora Smithers che rievocavano precedenti “stoppie”, mentre la tata preparava il caffé e il latte con l’orzo. “Quella maledetta cenere si infila dappertutto”, avrebbe ripetuto migliaia di volte mia madre nel corso delle due settimane successive, e la signora Smithers avrebbe immancabilmente annuito, come un bulldog giocattolo nel lunotto posteriore di uníauto.
Il pomeriggio scoprii che l’assedio era momentaneamente sospeso e che avevano deciso di portarmi al cinema. “Che cos’è il cinema?” chiesi preoccupato, con labbra tremanti, pronto a fare una scenata. Ma non ci furono discussioni, né spiegazioni.
“Lo vedrai!” fu l’unica risposta.
Salimmo tutti sulla Hillman, la mamma al volante, io al suo fianco con il mio volante giocattolo appiccicato con la ventosa al cruscotto, e la tata dietro. Avanzammo a passo di lumaca tra le fiamme che si levavano da entrambi i lati del sentiero. Non penso la mamma sapesse che il fuoco fa esplodere la benzina.
Fino a quell’anno, il 1965, non avevamo avuto un televisore. Fu allora che vidi scorrere davanti ai miei occhi le prime immagini in movimento. Non avevo ancora alcuna concezione di un mondo esterno, né alcun desiderio di scoprirne uno. Quando morì Churchill, mio padre andò a comprare un ingombrante apparecchio per vedere i funerali insieme alla mamma; fu quello il primo film a cui assistetti. Mi sembrò incomprensibile e terribilmente noioso, ma quando poi mi voltai e vidi le facce rapite e commosse dei miei genitori, dovetti ricredermi. Quel televisore era una vera attrattiva.
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