In volo da Houston a Lake Charles, lungo il confine meridionale tra il Texas e la Louisiana, il nostro piccolo Fokker sta sorvolando a bassa quota un labirinto di fiumi, canali e lagune. Il loro confluire a sud verso il golfo del Messico mi ricorda certi scorci acquei delle bocche del Po e delle barene della laguna di Venezia. Sulla sinistra, in direzione nord, si scorgono in lontananza colline e macchie boschive, forse di conifere. Dall’alto il panorama è affascinante e i riflessi del sole sulle superfici appena increspate dalle onde colorano d’argento le molteplici sfumature del verde delle piante e delle acque.
L’estate del 1999 si sta avvicinando. La trasferta nel profondo Sud yankee si prospetta piuttosto accattivante e interessante, anche per ragioni diverse rispetto a quelle che hanno determinato il nostro lungo e faticoso viaggio. Il nome della località da raggiungere (Lake Charles: un laghetto costiero o un ridente paesino con i vivaci colori della vicina New Orleans?) mi incuriosisce. Il vicecomandante di bordo, quando sente che veniamo d’oltreoceano e che siamo italiani, racconta che una volta in quella terra vivevano numerose tribù indiane e che i bianchi – gli europei – erano arrivati dalla Savoia, da Bordeaux e dalla Spagna solo nel corso del diciottesimo secolo. Seguendo le coste della Louisiana o risalendo le sponde sabbiose di un fiume lungo il quale imperversavano gli Attakapas («mangiatori di uomini»), i primi colonizzatori si erano imbattuti in un territorio incontaminato, ricoperto di foreste vergini di pini e cipressi. Quasi una terra promessa per bucanieri e filibustieri, solcata dal fiume Quelqueshue («aquila urlante» – oggi conosciuto come Calcasieu), così chiamato in ricordo di un terribile capo indiano che entrava in battaglia lanciando urla simili a quelle di un’aquila. Dai particolari tratti somatici e dalla passione che trapela dalle sue spiegazioni, mi viene da pensare che il nostro vicecomandante possa essere uno degli ultimi discendenti della tribù degli Attakapas.
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