Io sono un usignolo.
A dire il vero mi potreste chiamare semplicemente «uccellino», ma tanto tempo fa uno di voi, uno molto istruito, stabilì che fossi un usignolo, e dunque, per intenderci, chiamatemi così.
Per tutta la vita ho osservato minuziosamente gli esseri umani dal cielo, in mezzo all’azzurro che di solito loro non guardano nemmeno: dal tetto di un palazzo, dal ramo di un albero, perfino dai cavi del telefono che collegano un palo all’altro. Ho viaggiato fra città molto differenti tra loro, alcune grandi, altre piccole; ho attraversato il confine di molti Paesi: niente sembra più strano del modo arbitrario con cui gli uomini si dividono, convincendosi di essere diversi gli uni dagli altri secondo una linea del tutto immaginaria.
Ho passato tutta la vita a contemplarli, e ancor oggi non capisco molte delle cose che fanno, o perché agiscono in un certo modo. Stento a intravedere uno scopo dietro i loro atti, ma questo probabilmente è dovuto al fatto che non sono che un usignolo. La mia è una vita semplice, la mia esistenza segue il fluire della mia natura: questo solo so. Insomma, non sarei fatto per capire gli uomini. Sono nato per volare alto sulle brezze, non per immedesimarmi nella vita di esseri così complessi: perché immischiarmi in faccende che neanche capisco?
Eppure noi usignoli siamo ostinati, così una volta ho preso la solenne decisione di atterrare tra gli uomini. Ricordo distintamente quel primo giorno. Cavalcavo le raffiche di un forte vento del Nord, lottando contro il gelo invernale, finché un raggio di sole fece capolino dietro le nuvole dopo un’intera settimana di tormenta. Quel primo raggio di sole, con la sua luce brillante, andò a illuminare un bel parco delimitato da una rigogliosa siepe verde e disseminato di fiori dai colori accesi che spuntano solo all’inizio della primavera. Me ne venni giù dal cielo e saltellai qua e là, facendo le mie domande ai passanti. Nessuno di loro mi rispose.
Ma non mi diedi per vinto e continuai a volare. Di tetto in tetto, di cavo in cavo, di ramo in ramo: ogni volta scendevo fino a terra per interpellare qualsiasi uomo vedessi. E sempre senza alcuna risposta.
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