Era perfetta: fronte alta, occhi distanti, orecchie piccole, mento volitivo, labbra ben disegnate, denti perfettamente allineati, capelli lunghi, setosi, dorati.
«Fräulein, per favore, spalancate bene gli occhi», chiese il medico chinandosi sulla giovane.
«Così?» replicò lei abbozzando una buffa espressione da gufo e roteando gli occhi nelle orbite.
La smorfia strappò un sorriso all’uomo in camice bianco, noto per l’austerità con cui svolgeva il proprio lavoro. Ma in quell’occasione aveva di che essere contento! Raramente gli era capitato di vedere una simile gradazione di azzurro, turchese, lapislazzuli…
Due ametiste… pensò divaricando le palpebre con le dita per valutarne l’elasticità. La partoriente lo lasciava fare, come un animale con il veterinario.
«E il padre?» s’informò il medico.
La futura madre alzò le spalle con un sorriso d’impotenza. Un’infermiera gli porse allora una scheda personale.
«Ingelheim, Gawain. Ventidue anni. Untersturmführer. Primo del proprio corso alla Burg Sonthofen. Ha un certificato di arianità che ne attesta la purezza da ben dodici generazioni. Ha ‘incontrato’ Fräulein Greve ad Halgadøm nella notte fra il 12 e il 13 maggio 1938…»
«Confermate?» domandò l’uomo alla signorina Greve, cominciando a palparne l’addome.
La ragazza annuì e farfugliò: «Vi confermo la data ma… il nome me l’avete appena comunicato voi, Herr Doktor».
Questi non reagì. Le dita affondavano piano in quel ventre tondo, correndo dal pube all’ombelico. Si rese conto allora che stava istintivamente tamburellando una partita di Bach.
La terza… si disse, non senza una punta d’orgoglio: la sera precedente l’aveva eseguita per la prima volta senza commettere errori! I figli l’avevano applaudito e la moglie era arrossita per la contentezza. Lui stesso era uscito completamente stordito dalla piccola esibizione in famiglia. Quelli erano i momenti che prediligeva. Quell’intimità fra arte e umano. Quella simbiosi fra la creazione più perfetta e la razza più pura! Ben presto i suoi figli sarebbero stati grandi. Ben presto quei giovani ariani avrebbero preso il testimone. Erano il futuro, l’avvenire della razza!
Proprio come lui… pensò, percependo la testa del bambino attraverso la pelle. Spostò piano i lenzuoli e scoprì il sesso della donna, ancora più biondo, più solare dei capelli.
Figlia di Eva, sii forte! disse fra sé.
Passò dolcemente le dita sui peli, come a lisciarli, a lustrarli. L’infermiera s’irrigidì sorpresa, mentre la futura madre si limitò a sorridere. Tuffò gli occhi in quelli del medico, dove si fusero come ghiaccio nel fuoco. Una scossa tellurica. La nascita di un mondo.
«Siete pronta?» le chiese.
«Sono… pronta», rispose lei, con voce rotta non tanto dalla paura quanto dall’emozione.
L’infermiera si avvicinò di un passo, spingendo un carrellino su cui erano disposti alcuni strumenti chirurgici. Poi inclinò il letto della partoriente, trasformandolo in un tavolo operatorio.
«Allora iniziamo», dichiarò il medico con freddezza infilandosi un paio di guanti sterili.
Il parto si svolse come in un sogno. La ragazza credeva di udire le voci degli angeli, ma in realtà erano le sue grida, i suoi gemiti. Era così impegnata, così galvanizzata che non percepiva più il dolore. La coscienza aveva avuto ragione dei nervi. Sentiva il proprio ventre devastato, le carni lacerate, ma tutto ciò era solo motivo di gioia, fonte di certezza. E lei vi si abbandonava completamente, immacolata come alla nascita.
Non aveva mai conosciuto altri uomini. Era rimasta pura per quel soldato che aveva visto per lo spazio di una notte, di un’ora, di un bacio. Ma accogliendolo fra le braccia, dentro di sé, lasciandosi penetrare, era al Führer che offriva la propria verginità; era al Reich che donava la propria purezza, la propria innocenza, la propria bellezza. Non era incinta di un uomo, bensì di un paese. Una responsabilità che l’aveva guidata per nove mesi.
I suoi fratelli l’avevano rinnegata, suo padre schernita. Solo sua madre aveva avuto la reazione giusta, sana: «Heidi, tu ci mostri la strada. Non prendertela con loro, prima o poi capiranno…»
Ma lei non era arrabbiata. Come avrebbe potuto? La sua vita aveva assunto un significato, mentre loro vivevano nelle tenebre. La sua fede era cresciuta ogni giorno di più, così come quell’esserino così raro, così vero, dentro di lei.
Ancora un’ultima fitta. Un grido acuto, abissale. E poi la gioia dell’infermiera.
«È un maschio!» esultò la donna, mentre il medico tagliava il cordone ombelicale.
Heidi piangeva di gioia. Solo dando un’occhiata all’orologio a pendolo della sala operatoria si rese conto che il parto era durato quasi cinque ore.
In quell’istante incrociò lo sguardo del medico: pareva come svuotato di ogni emozione. Si strappò via i guanti con aria disgustata, serrando i denti.
La giovane puerpera capì che qualcosa non andava…
«Cosa… cosa succede?» riuscì a balbettare.
Ma non l’ascoltavano. L’infermiera affidò il neonato al dottore, che lo prese nonostante la smorfia nauseata.
Lo afferrò per la nuca e tese il braccio per mostrarlo alla madre.
Il piccolo, con il collo storto, prese a mugghiare.
Heidi non riusciva più a parlare. Quel bambino era una parte di lei. Si sentì come se qualcuno l’avesse presa per i capelli, impedendole di respirare.
Il neonato diventava sempre più rosso, dibattendosi disperato, quasi stesse per esplodere. Il medico nel frattempo era passato dal ribrezzo a una crudele indifferenza. Nulla più filtrava dal suo sguardo d’acciaio.
Heidi era paralizzata. Parole, odio, paura le si affollavano nella mente, ma lei non riusciva a parlare. Solo le lacrime le sconvolgevano il viso.
Già, il viso…
Il medico ostentò austerità, come un poliziotto foriero di cattive notizie.
Sedette sul letto accanto a Heidi e le appoggiò il bambino sul petto. Istintivamente il piccolo tese le labbra ansimanti verso il seno roseo della madre, che però non osava più toccarlo. Come se temesse di attaccarsi troppo a lui, tanto che poi non avrebbe più voluto lasciarlo andare.
Si limitava a fissare il visetto, che pareva sbigottito dal dolore, dal rumore e dalla luce; il mondo gli si era aperto in maniera così atroce. E poi, soprattutto, aveva quella piaga rosa, mostruosa, proprio in mezzo al volto.
«Labiopalatoschisi», sentenziò il medico.
La madre era disorientata.
«Volgarmente detta ‘labbro leporino’», spiegò allora con voce ancora più neutra, come se stesse tenendo una lezione. «Fessura nella volta palatina, assenza di ugola… Classico, no?»
Heidi non sapeva cosa rispondere. Pian piano il suo corpo si rilassò, ritrovando la capacità di movimento.
Riuscì a tendere la mano fino al neonato, ma proprio in quell’istante scorse il gesto dell’infermiera che, con occhio attento, stava riempiendo una siringa.
Non ebbe bisogno di fare domande, comprese subito…
Sfiorò il neonato, ma il dottore fece un passo indietro, prese il bambino e lo tenne stretto a sé.
L’infermiera gli porse la siringa.
«Grazie, Schwester», disse. «Tenete voi il bambino, non vorrei che si agitasse.»
«Noooooooo!!!» urlò la giovane madre, senza però riuscire ad alzarsi, come se fosse imprigionata in una corazza di gesso.
Il medico accarezzò la testa del neonato con una mano, in un gesto così tenero che quasi ci si sarebbe aspettati che gli desse anche un bacio. Con l’altra però avvicinò la siringa al cranio.
cari lettori.
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