La notizia mi arrivò dopo aver attraversato tutta la bidonville. Era un pomeriggio moderatamente caldo e ventoso, di quelli che recano un po’ di sollievo agli abitanti di Sidi Moumen, una di quelle giornate di aprile che non sembra possano conciliarsi con un avvenimento drammatico. Fu mio fratello Rachid a trasformare il corso di quel pomeriggio. Mi si parò davanti mentre stavo uscendo di casa, mi mise una mano sulla spalla, mi guardò dritto negli occhi e tutto d’un fiato mi disse che Said era morto.
Rimasi pietrificato, ma, se il mio corpo era incapace di muoversi, i miei sensi erano diventati più acuti: sentivo la mano di Rachid stringermi la spalla, come se si aspettasse che dovessi crollare da un momento all’altro. La luce del sole mi abbagliava, ma non potevo spostarmi. Ebbi la sensazione di essere letteralmente piantato a terra, con i piedi incollati alla gettata di cemento grezzo all’ingresso della casa. Poi arrivò una rabbia incontenibile: si formò nella mia testa, e come un’onda che si gonfia e travolge arrivò fino al mio braccio. Con violenza spostai la mano di mio fratello, come se in qualche modo fosse responsabile dell’accaduto. Con quel gesto la rabbia uscì dal mio corpo simile a uno sbuffo di vapore, e immediatamente fui invaso da una sensazione di tristezza, di delusione, di stanchezza. Barcollai e per un momento mi resi conto che ero sul punto di cadere a terra. Le mani di mio fratello mi afferrarono, le sue braccia mi strinsero. Mi lasciai riempire dal dolore e finalmente piansi sulla camicia bianca di Rachid. Mentre mi portava dentro casa mi accorsi, come in un sogno, della presenza di una piccola folla di conoscenti e vicini che mi guardavano smarriti, in silenzio.
Mi ritrovai seduto, nel fresco della mia abitazione, con Rachid di fronte a me.
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